Il cibo, oltre il bisogno: il corpo e il legame con l’altro
Dott.ssa Caterina Zambotti – Psicologa, psicoterapeuta e psicoanalista
Mangiare è un gesto quotidiano nel quale si intrecciano necessità biologiche, piacere, ricordi e relazioni.
La fame segnala un bisogno dell’organismo, ma ciò che accade intorno alla tavola, così come nell’intimità del rapporto con il cibo, non si esaurisce nella soddisfazione di quel bisogno.
Un sapore può evocare una presenza, una pietanza custodire una memoria familiare, un pasto diventare occasione di incontro oppure motivo di tensione.
La psicoanalisi lacaniana permette di interrogare questa complessità attraverso la distinzione tra bisogno, domanda e desiderio.
Fin dall’inizio della vita, il nutrimento arriva attraverso qualcuno che si prende cura del bambino.
Insieme al latte giungono una voce, uno sguardo, il contatto e un modo particolare di rispondere al pianto.La soddisfazione della fame si intreccia così con l’esperienza di essere accolti e di avere un posto per l’altro.
In questa relazione prende forma qualcosa che supera la necessità di essere nutriti: la domanda d’amore.
Ricevere del cibo e sentirsi amati, tuttavia, non coincidono pienamente. Nessun alimento può garantire da solo l’attenzione, il riconoscimento o la vicinanza che cerchiamo.
È in questa distanza che possiamo cogliere una dimensione del desiderio: qualcosa di singolare, che non trova in un oggetto una soddisfazione definitiva.
Anche i modi di offrire, accettare o rifiutare il cibo possono assumere significati diversi nella storia di ciascuno.
Un invito a mangiare può essere vissuto come un gesto di cura, ma anche come un’insistenza che lascia poco spazio alla propria iniziativa.
Lo stesso gesto cambia valore secondo il legame in cui si inscrive.
Per questo non esiste una corrispondenza universale tra un comportamento alimentare e il suo significato.
Questa prospettiva invita ad ascoltare i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione senza ridurli a un problema di appetito o di volontà. La restrizione, le abbuffate e le condotte compensatorie non sono semplicemente scelte consapevoli: possono diventare modalità dolorose attraverso cui si esprime una sofferenza che fatica a trovare parole.
Il rapporto con il corpo, gli ideali ai quali ci si sente chiamati a corrispondere e il posto occupato nelle relazioni meritano allora di essere interrogati nella loro particolarità.
All’interno di una presa in carico che comprenda le necessarie competenze mediche e nutrizionali, il lavoro psicoterapeutico offre uno spazio di ascolto alla persona e alla sua storia.
Dare parola a ciò che accompagna il sintomo può aprire la possibilità di costruire un rapporto diverso con il cibo, con il proprio corpo e con il proprio desiderio.
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